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non ricordo più come si prega
Non ricordo più come si prega
(a pray).
Sono venuta a cercarti per dirtelo
mi potevi aiutare, ti ho spiegato,
ma quando ci siamo incamminati alla nostra panchina
- è quello il posto dove mi hai portata -
invece di ricordarmi qualche vago salmo mi hai passato
una cosa scritta
magari era lì dentro, la preghiera, pensavo.
Così mi sono seduta
ubbidendo ad un cenno del tuo capo
e ho letto quell'alfabeto braille
con tutte le dita bene aperte
come farebbero gli occhi
dieci occhi
digitali
ma non solo non ricordavo più come si prega
ma neanche come si legge un’invocazione.
Mi hai preso la testa e l’hai appoggiata alla tua spalla
come la gente nella condoglianze
e con le mani tra i capelli mi muovevi le ciocche
dalla nuca in su.
Guardavi al di sopra della mia fronte
non potevo vederlo ma lo sentivo
e lì poco distante un ragazzo si girava dall’altra parte
per non spiare l’amore
l’amore che è uguale
che è uguale alla terra
(the earth)
e all’acqua
e alle preghiere scordate
e ai cerchi nei capelli
e ai vecchi cerini votivi.
Il ragazzo ora fingeva di suonare
passandosi sui nervi dei polsi una specie di plettro.
Allora ho avuto questa idea che se ti cantavo una canzone
(a song)
anche quella era un'orazione sommessa,
senti questa, ti ho detto,
schiarendo un poco la voce
e ho nell’anima
in fondo all’anima
cieli immensi
cieli sommmersi
cieli di orpimento,
di oro e pigmento,
cieli rotanti sugli assi inclinati della terra
i cieli delle tue polaroid
i cieli a poligono delle città
tutti i cieli interrogati del mondo.
E il cielo,
mi hai interrotto,
il cielo dove mi dondolo io
(my lord)
le ginocchia piegate
agganciate al trapezio, due braccia abbandonate all'aria
e sotto quelle braccia
solo il palco rullante del circo,
quello dove lo metti?
Ho sollevato o giunto le mani
(the hands)
davanti a te
te come testimone
e diligente
come hai accennato, asserendo solo con gli occhi
finalmente ho ricordato la supplica,
che era un'istanza, un'istante, la presa al volo della vita
e là in fondo l'ho firmata, con il mio nome
che forse era anche il tuo,
il nome innocente di un dio.
Qui in paese quando ero bambino, c'era un Dio che abitava in chiesa, negli spazi immensi sopra l'altar maggiore dove si vedeva infatti sospeso in alto un suo fiero ritratto tra i raggi di legno dorato. Era vecchio ma molto in gamba (certo meno vecchio di San Giuseppe) e severissimo; era incredbilmente perspicace e per questo lo chiamavano onniscente, e infatti sapeva tutto e, peggio, vedeva tutto. Era anche onnipotente, ma non in modo assoluto: se no sarebbe stato in giro con un paio di forbici a tagliare il ciccio a tutti i bambini che facevano le brutte cose. I piccoli adopratori del ciccio erano suoi mortali nemici, e potendo li avrebbe puniti senz'altro così, ma grazie a dio non poteva.
l.m