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mercoledì, 16 aprile 2008

Da quel giorno non c'è giorno che io non pensi al bambino
con le labbra a coccinella,
due eletri rosse che da un momento all'altro potevano aprirsi su alette corte e vibranti come uno xilofono.

Il coleottero di due o tre anni sbavava saliva sul maglione tricot,
infilato tra le ginocchia a tenaglia del padre.
Da lì guizzava e parlava di bottoni.

Quando comparve il numero blu nel display della sala d'attesa
l'uomo appoggiò il bacino allo sportello
dove si affacciava una donna con i tiranti dell'acrimonia in viso.

Bocca d'insetto cominciò a strofinarsi sulla parete,
una minuscola torre oscillante, un metronomo con le mani,
che,
di tanto in tanto,
allungava il collo come il braccio di una gru
arpionandosi stupefatto all'ostracismo dell'impiegata.

Il bambino-guida
mi fissava negli intervalli verticali
alla ricerca di un poliziotto come lui.
Davanti a sé, la coccinella azteca trovò me, un agente in gonnella.

Ci oscurava il passaggio dei medici magri, belli dei segreti sui destini interni;
ci interruppe un ragazzo ombra con il berretto a visiera appeso alla lampo del giubbotto;
e poi due donne che ragionavano sulla disposizione analogica degli ambulatori.

Il bambino di censo celeste non si perdeva d'animo
e s'inclinava a destra e poi a sinistra per ristabilire i 180 gradi del suo corto orizzonte artificiale.
Il padre si girò e mi disse
grazie di averlo guardato
ed io dissi prego ma senza spiegare che era stato lui
a portarmi, orientandomi, nel suo prato di insetti
di brevi voli vibranti.

 

postato da: harveyz alle ore 19:20 | link | commenti (35)
categorie: coccinella