www.flickr.com
|
asterisco
mi scrivi in un foglietto che ti tremano le mani e le mie tremano anche di più
se è per quello
e mi tremano per il foglietto scritto e per il mostro che ho visto oggi
un mostro disegnato in gessetto
sul muro giallo di fianco alla panetteria ed è disegnato che non fa paura neanche a un neonato
ha i contorni stondati di un'arachide
di un bagigio
e un sorriso sbilanciato su quello che dovrebbe essere il capo
e tre denti filamentosi che gli escono dalla bocca storpia
ma ho tremato lo stesso davanti al mostro tra stipite e stipite
e con in mano il foglietto come se fossi sensibilizzata dopo il dentista
e sentissi anche io i denti filare in bocca, sentissi i denti scoperti dalla corona
e quel male per il caldo e il freddo in bocca
e non so cosa lo faccia passare,
e nemmeno esisterà una medicina per le mani e per i denti
e per tutto quello che trema e duole
un infuso di nepente
quella pianta di omero e di elena
che andrei a raccogliere anche adesso se sapessi dove cresce l'erba che guarisce,
che guarisce anche i giorni della settimana e più di tutti che guarisca dalla domenica
il dies domini
il giorno della rosa, il giorno dei suoi rovi,
come i capelli spavaldi di quel maestro di violoncello
con il violoncello segnato e laccato sopra i segni del passato,
verniciato sulla cassa armonica con la stessa vernice delle scarpe testa di moro che porta
lucidissime
pulite persino nei tacchi come se non avesse camminato per salire sul palco del teatro
ma volato
forse dentro il violoncello o sull'archetto che muoveva,
anche l'archetto, dolente
di musica come la colonna sonora di un film muto
con gli attori con il cerone bianco, un bianco di Londra,
con il cuore delle labbra a cuore delle attrici mute;
ed io mi muovevo senza saperlo come mi indicava il maestro
dondolavo un poco sul divano rosso, vermiglio come quelle labbra delle pellicole a passo ridotto
e avevo ancora paura, come oggi con il mostro e il foglietto
con le tue parole in colonna
e l'unica cosa che mi calmava era ripetermi la frase del vecchio
che biascicava in piazza, con la lingua gonfia di anni di discorsi in piazza,
seduto in piazza
con gli stivali di gomma verde superga e i pantaloni dentro gli stivali in caucciù
a dire
terra benedetta
questa
terra benedetta
e nessuno lo ascoltava come non ti ascolto io e mi sento una sorda quando mi dici due tre otto volte
sei la pescatrice di asterischi
e ti guardo ti guardo se l'hai detto veramente tu
e mi chiedo se vuoi essere ascoltato come il maestro
o come il vecchio
o se ti piaccia solo citare bersani
e picchiettare sul volante le sue parole e collegare me alle parole
e così finiamo entrambi per conto nostro per collegare le cose rosse e nere, a collegari i cavi
a nostro modo come fanno gli elettricisti con i contatori
e piegare le perifrasi
nel nostro cuore
come se il cuore fosse l'armadio degli asciugami per gli ospiti,
l'armadio profumato,
riservato
che non apriamo per nessuno prima che qualcuno bussi due tre otto volte
e neanche io lo apro e non ti rispondo
perché
come per la terra benedetta,
l'asterisco che hai pescato mi sbatte nella testa
e gli disegno anche le entrate e le uscite con le freccette rosse lampeggianti
ma lui non capisce i lampeggianti e tanto meno sa scappare
dal suo cielo a pié pagina,
sbatte nell'oscuro, l'asterisco, il piccolo astro,
la nota a margine della notte e dello scuro del giorno che anche i giorni sono notti interrotte,
notti con i fili tagliati da un elettricista che non abbiamo mai visto in faccia.
mi risiedo sul divano, sul divano rosso e tu mi sei davanti
ed ora ho freddo più di prima e sembro una donna che trema,
una forma antopomorfa
ma dentro sono stondata con il gesso una linea di gesso sul muro
che basterebbe passarci la mano per cancellarmi qualcosa
come si cancellano le dita sulla sabbia
si spianano sulla promenade, si spianano e perdo
perdo
la via d'uscita dalla sabbia delle tue mani di sabbia.
l'occhio scivolato
come una perla
guarda chi la guarda
m.g.l.