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martedì, 14 luglio 2009

una mosca bianca

Ho comperato una mosca bianca. L'altra sera, uscito dall'ufficio, sono passato davanti al negozio di animali Baubauhome di via Gualtieri e dalla porta che il negoziante tiene sempre aperta usciva il solito odore di sterchi di bestie trattate con antibiotici ed è un lezzo che non sopporto e cambio marciapiede, quando mi accorgo che mi sto avvicinando. Ma l'altra sera rimuginavo sul fatto che era mercoledì, ero rimasto senza zucchero in casa ed era il giorno di chiusura degli alimentari. Mi sono ritrovato nel cono puzzolente del negozio. Ho accelerato il passo ma sono dovuto tornare indietro: in vetrina, tra i biscotti per cani e piccole tartarughe verdi che annaspavano su sassi finti, c'era una gabbietta bianca con un cartello che diceva "Mosca bianca, esemplare unico, solo 30 euro".

Pregustando la certezza che si trattasse di una baggianata bella e buona sono entrato. Cercavo di non respirare il tanfo della bottega stringendo le narici, ma lo sforzo è durato poco perché il negoziante ha tirato fuori dalla vetrina la voliera per mostrarmi la mosca e sono rimasto inebetito.
In un cantuccio, accanto ad un minuscolo abbeveratoio fatto con un tappo dell'acqua minerale, c'era la mosca bianca, completamente bianca. Non trasparente: bianca dalle ali alle zampe, dal dorso agli occhi. L'insetto si stava strofinando pacatamente le due antennine davanti e mandava riflessi iridescenti dagli occhi e questo le dava un aspetto metallico e fragile.

La prenda, mi ha detto il commesso, è di buon carattere e facile da allevare.
Mi sembrava strano che non mi si decantasse la rarità dell'insetto, ma piuttosto la semplicità di conviverci. Ma ormai qualsiasi cosa mi venisse detta non avrebbe cambiato nulla: ho comperato la mosca bianca, con lo sconto di due euro alla cassa.

Avevo sentito spesso parlare di anziani che rinsavivano per via di un cane o di un gatto o di bambini strappati al mutismo da un coniglio o da un pesce e perciò riflettevo se la mosca, con la sua rarità, potesse modificare la mia vita.
Io e la mosca ci siamo intesi subito. La consideravo un insetto speciale, lei cercava invece di dimostrarmi che era una mosca come le altre: faceva dei numeri, come alzarsi in volo di colpo come un elicottero del 118 e ci mettevamo a ridere.
A volte però la sua cocciuta umiltà mi irritava. Nella maggior parte dei casi mi impegnavo a dirle come, così come era, bianca, con un ronzio bianco come i cori dei bambini dal papa, l'eleganza della sua proboscide bianca quando mangiava, la distinguesse decisamente dalle mosche. Per esempio, per saziarsi non aveva bisogno di bearsi nello sterco: le bastava una ciliegia passata, un biscotto saiwa rinvenuto.

Quando la esasperavo con i miei discorsi sulla rarità, sbottava che non aveva fatto niente per essere bianca e che anzi, io non capivo che razza di vita tocchi alle mosche bianche che nessuno te lo dice, ti avvisa, ti attrezza. Dopo queste sfuriate che non erano contro di me ma contro la sua vita bianca e i suoi occhi fragili come bolle di vetro, passava molte ore dietro il tappo della minerale, mandando un sibilo sottile sottile, da nave manovrata da un bambino in mezzo ad un mare fatto con le leggere stoffe blu dei teatri.

In quei momenti anche io volevo che non fosse più bianca, volevo fare qualcosa per lei, che si mescolasse di più di quando, con conversazioni rare e buffe, intratteneva le altre mosche di casa che si dispondevano attorno alla gabbietta come un lungo nastro grigio.
La liberavo, ma fuori dalla gabbia si fiondava subito attorno alla lampadina del bagno come una falena drogata di luce. Diventava imprudente, sfiorava con le alucce bianche veline l'incandescenza, zufolava e gemeva come ubriaca di qualcosa. Era la sua bianchezza, bianchezza, bianchezza, ripeteva. Mi metteva un'apprensione bestiale: non volevo che fosse troppo rara, non volevo che si facesse male, non volevo perderla. Non volevo. Cos'è che non volevo?

Un giorno le dissi,
senti, io non so cosa voglio, quindi.
Lasciai lì la frase a metà convincendomi che, tanto, era pur sempre una mosca e ci mancava che dessi spiegazioni ad un dittero, anche se bianco.
Lei non si mosse da dov'era, dietro al tappo fin dal mattino presto perché era mattiniera.
La riportai in negozio e mi restituirono due euro con i quali mi comperai due chili di zucchero semolato extrafine.

postato da: harveyz alle ore 14:41 | link | commenti (76)
categorie: storie
martedì, 07 luglio 2009

la lettrice



Una grossa gallina occupa l'appartamento; è così grossa che ha già diroccato qualche uscio, nel tentativo di passare da una stanza all'altra. Non che sia molto irrequieta, tuttavia, è una gallina intellettuale, e trascorre quasi tutto il suo tempo a leggere.
Infatti è consulente della casa editrice A.; l'editore le spedisce tutti i romanzi che appaiono all'estero, e la gallina li legge, pazientemente, con l'occhio destro, perché non può leggere con tutti e due allo stesso tempo: quello sinistro rimane chiuso, sotto la bella palpebra grigia vellutata. Di tanto in tanto, la gallina borbotta qualcosa, perché la stampa è troppo piccola per lei; oppure fa clo-clo e sbatte le ali, ma nessuno può dire se lo fa dal piacere o dalla noia. Comunque, quando un libro non le piace, la gallina intellettuale se lo mangia, poi la casa A. manda un ispettore a raccogliere gli altri -- che lei lascia sparsi per tutta la casa -- e li pubblica.
Questo ha dato origine in passato a qualche equivoco: libri che venivano ritrovati dietro un armadio, quando già erano stati pubblicati da un altro editore, con deplorevole successo. Ciò nondimeno, è la gallina più autorevole dell'industria libraria.
Non sappiamo come disfarcene; oltre a far crollare le porte ci sporca le stanze, e la domestica minaccia di andarsene se non va via la gallina. Eppure è un animale così intelligente, i suoi giudizi sono così esatti, le sue abitudini così miti: alle sei di sera sale sul suo divano, si appollaia, chiude gli occhi e si addormenta, senza dare più noia a nessuno; non si muove nemmeno per fare i suoi bisogni.
Al mattino ci alziamo e la troviamo già nella sala da pranzo, intenta a leggere l'ultimo russo in Siberia, l'ultimo sudamericano.
E non ha mai fatto un uovo.

Juan Rodolfo Wilcock, Sinagoga degli iconoclasti
postato da: harveyz alle ore 16:20 | link | commenti (17)
categorie: leggere
venerdì, 03 luglio 2009

stramboti

zanzare

Da qui sotto vedo il mondo piccolo e storto.
Io sono così, sono sghimbescia. Sto seduta col culo poggiato per terra e su quello saltello come se fossi un sasso nell'acqua.
Mi muovo di traverso, non dritta ma di traverso. Non gattono, non cammino, rimbalzo in obliquo. Sono riccia e napoletana e mi chiamo erika come la pianta che fa i fiorellini rosa che quando si seccano sporcano dappertutto. Sono nata in Lombardia e mia mamma guarda Sentieri finché stira. Il muscolo del mio braccio è come quello dei tennisti: faccio leva poggiandolo a terra per darmi la spintarella e poi balzo come una ranocchia.
Mi piace la moquette. Ma non per arredamento. Mi piace mangiarci le cose che ci trovo dentro. Non tutte le cose: le zanzare. Quelle lì si infilano nelle asoline sottili dell'intreccio beige del tessuto plasticoso. Forse sono una specie di rettile e sento il mondo strusciando per terra.
Io comunque le zanzare me le mangio più che altro per il gusto di scovarle e tirarle fuori come si fa con le caccole del naso. Esse sono quasi insapori. Sanno solo un pò di giornale e di ferro da stiro.
Da un pò ho scoperto anche la lecca, le palline di argilla delle piante che si mettono perché le piante hanno sete, o qualcosa di simile che ora non ricordo bene. Ciuccio le palline fino a frantumarmele in bocca. Le mordicchio e le mischio talvolta con le zanzare. A me piace far merenda così. Mi hanno portato da qualcuno per vedere se potevo sollevarmi e camminare normale, ma io sto comoda. Non è che non sono capace, non mi va. Qualche volta mi sento un pò triste.

veleno

Nella minestra c'è il veleno. I miei genitori, mentre ero a scuola, hanno messo l'anticrittogamico delle piante nella zuppa. Mamma e papà sono complici. Lo so perché quando si guardano si scambiano dei discorsi interi velocissimi, si passano in silenzio le parole dei grandi e una parola che è solo dei grandi è veleno.
E' una parola paurosa per i bambini che per prima cosa, ha detto mio papà, devono imparare a non mangiare il veleno. Quando vedo la scatola della polvere velenosa vicino all'autobotte devo allontanarmi subito perché è veleno.
Cosa che ho sempre fatto. Però la scatola con sopra le mele macchiate di grosse macchie e crepe marroni ieri era vuota e so perché: perché l'anticrittogamico è dentro la minestra.
So che morirò avvelenata mangiando questa minestra ma non vorrei. Allora prendo tempo e guardo gli altri mangiare, mia sorella, mia nonna, mio zio: devo capire se soffrono di dolori venefici.
Intanto soffio sopra la zuppa, e soffio e soffio, finché faccio un buco e si vede il fondo del piatto. Non devo esagerare nel ritardare di mettere il cucchiaio in bocca altrimenti mia mamma e mio papà capiscono che so e apriti cielo, fingerebbero che non è vero e mi farebbero le domande che non hanno risposta.
Come puoi pensare che i tuoi genitori vogliano avvelenarti?
Lo sai che ti vogliamo bene, vero?
Peggiorerei le cose
perché troverebbero un modo più segreto ancora di avvelenarmi.
I grandi hanno molti segreti e possono toccare il veleno e non morire come invece muoiono i bambini di veleno.

scritti di miaperfidia,  http://liquidi.splinder.com/
e del coniglio harvey

postato da: harveyz alle ore 11:07 | link | commenti (39)
categorie: storie