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lunedì, 25 maggio 2009

è arrivato il fischio del treno, oggi, sotto la finestra,
il fischio portato da un vento deserto,
il vento si è preso il fischio del treno alla stazione e l'ha portato
sotto la finestra di casa mia nelle tre deserte del giorno pieno
e il convoglio ha rallentato sull'asfalto della mia via
e dalla porta di fronte è uscito l'uomo della ferrovia per infilare in un pannello
una chiave quadrata come quella che stringeva i pattini a rotelle,
e girando la chiave il treno si è fermato come un treno a molla
e non credevo a niente di quel che il vento gibigianno portava là di sotto
ma al finestrino c'eri tu e mi salutavi senza agitare le mani
e non avevi fretta di uscire e quando ho guardato meglio
al tuo posto c'ero io e anch'io ti salutavo,
sai come in quei film di fantasmi?
in quelle storie in cui non si capisce niente della vita incomprensibile delle persone e queste vite si scambiano di continuo e procedono e retrocedono
e fanno i salti mortali per dirti come succeda,
come capiti,
di vedersi in faccia talvolta
di guardarsi e spaventarsi di non vedere nessuno
oppure di vedere qualcun altro al tuo posto e quello sei tu.

quello sei tu,
ho pensato,
e allora sono scesa in strada e ti ho aspettato sul marciapiede,
vicino alle lamiere del cantiere
e in quel momento è passata una coda di cavallo di una ragazza
e su una bicicletta correvano via la ragazza e la coda che galoppava sulla sua nuca
proprio di fianco al treno,
come niente fosse,
dove c'eri tu,
e dove c'ero io
e ci guardavamo
dal finestrino
con la polvere estiva sul vetro che ci offuscava un poco gli occhi
e quello era un capolinea forse
e lo si capiva dalle aiuole con i sicomori e i vialetti italiani di ghiaia bianca
rastrellati dal capostazione
e
nel loro centro tondo c'era una fontanella con un un figlioletto angioletto
che spuvava acqua nella vasca e sembrava che l'acqua ce l'avesse tutta nelle grasse gote
e che la sua bocca fosse un'autoclave collegata al centro dei fiumi;
e così ci siamo seduti sul bordo della fontanina
come se avessimo un'eternità per noi.

come credevo eterni i pomeriggi maggiolini
quando mia zia mi faceva stendere contro la sua schiena
e aspettavamo il bianco calore del cortile salire dal muro come una lucertola,
salire nella camera,
e poi lei mi diceva
contami i nei sulla schiena
e io contavo quei punti su quella schiena come potevo contare le stelle del cielo,
a una a una con il dito indice,
e aspettavo che mi sorridesse
girando il collo fino al massimo
e chiedesse
e adesso lisciami le scapole con le tue manine bambine:;
ed era sempre nuda di schiena mia zia
e anch'io toglievo la maglietta
e poi ci addormentavamo sul letto di ferro
con il dorso fresco come il prato sui piedi nudi di mattina.
e in quei dopopranzi di maggio si acquietava sfinita la bestia della vita
e le unghie dell'orso sulle assi della casa si ritraevano
e l'orso non rincorreva più mia zia con il figlioletto angioletto costretto al petto
e tutto era
come il tacere concentrico che c'è nella pozza dell'eternità
e come era a cerchi l'acqua della vaschetta dei pesci rossi della stazione
dove ci siamo seduti a parlare con tutto il tempo
e i cieli pomeridiani dalla nostra parte,
i cieli di maggio dai quali cade neve gelsomina
e nei quali i venti vanno a prendersi il fischio del treno
come farebbero col seme del cardo viola o con gli ombrellini rotti del tarassaco sfiorito,
gli ombrelli
che volano ruotando su se stessi
concentrici in aria
e se quell'aria mulinella ti portava a me
anche sul treno fantasma
forse io sarei diventata
lì, nelle tre,
la tua rosa dei venti messa in un bicchiere.

postato da: harveyz alle ore 22:33 | link | commenti (47)
categorie: maggio
sabato, 23 maggio 2009

ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè


t.s.eliot

 
postato da: harveyz alle ore 11:20 | link | commenti (13)
categorie: poesia
lunedì, 18 maggio 2009

dolls

la stanza delle medaglie

la sua mano non tornava dritta. anulare e mignolo erano come le zampe dell'usignolo cinese sul finto tronco cinese, con fiori di pesco gommati e se lo sfilavi dal ramo, le zampe dell'usignolo rimanevano aggrappate al niente. così anche le sue due dita erano come zampe e non potevo non guardare, caso mai fossero tornate a distendersi sul quaderno e non succedeva mai e mentre scriveva le dita strisciavano sulla carta, rattrapite, storte, come le zampe dell'usignolo finto.
non so cosa successe al suo mignolo e all'anulare: un giorno m arrivò a scuola con una garza avvolta alla mano destra e quando la tolse, sotto c'erano quelle due dita che non si distendevano più.
m le mostrava volentieri e girava davanti a tutti la sua mano di usignolo cinese perché la vedessero da ogni lato e qualcuno diceva mi fanno senso le tue dita
ma lei non se la prendeva perché aveva preso subito l'abitudine ad avere i tendini accorciati, non è niente, mi diceva, sono solo i nervi che sono più corti.
del resto m aveva il talento nella gambe e aveva una stanza piena di medaglie che aveva preso per quelle sue gambe con i muscoli magri e guizzanti.
amavo la sua stanza delle medaglie perché le medaglie, appese ad un nastro con i colori della bandiera italiana, erano d'oro. o almeno così mi sembravano. nella stanza delle medaglie c'erano anche delle coppe, con un uomo ben pettinato - un atleta, mi spiegava m come parlasse di una specie di presidente o di un capo di qualcosa - in una corsa da statuetta che sosteneva una ciotola lucida. 

a volte giocavamo a prendere la coppa e ce la consegnavamo, in piedi su una cassetta di mele vuota, riproducendo il rumore della folla che acclama con urla e braccia alzate e sostenevamo la coppa al cielo con tutte e due le mani, arrivando prime tutte e due. prima lei e poi io. eravamo delle atlete, allora, anche se io ero in prestito dei suoi successi. ero la sua fan numero uno, uguale al numero che le mettevano alle gare di corsa per distinguerla dagli altri corridori.

m veniva allenata ad essere atletica più di tutti da suo padre e quando iniziava l'allenamento bisognava smettere di giocare e correre, correre, correre anche quando faceva un caldo cane. suo padre si metteva un fischetto al collo e correva a fianco a lei fischiando e sbuffando con le narici dilatate e soffianti come quelle delle mucche quando avevano il nervoso della fame alle cinque della mattina.
io li seguivo in bicicletta e guardavo le gambe di m falcare la ghiaia, guardavo i suoi polpacci vivi sotto la pelle, e le sue trecce strette e lunghe saltare come la corda che saltava nel cortile a ricreazione.
stump stump, facevano le trecce sul petto e sulla schiena. amavo anche i capelli di m, lunghi e color corda anche quelli e io non potevo tenere i capelli lunghi, ma a maschio che sono sempre puliti, e così pensavo di somigliare un poco all'atleta con la pettinatura ordinata delle medaglie.


volevo tifare per m ma senza andare alle gare perché una volta, quando saltò come il volo dell'usignolo sopra la riga bianca dell'arrivo ed era stata la più veloce, si stese per terra a rantolare aria con le labbra viola e si stringeva la mano sana e la mano usignola sullo stomaco e pensavo che stava morendo ma suo padre fischiava accucciato addosso alla mia amica smaniante e le diceva
forza alzati forza alzati e corri un altro poco che ti passa.
stavo in piedi dietro suo padre e se fossi stata vera atleta l'avrei sollevato come i sollevatori di pesi e lanciato lontano ma non ero forte come le gambe di m e neanche come i lanciatori di martelli.

così, per l'impressione, non andai più agli allenamenti di m e dicevo che sarei rimasta nella stanza delle medaglie ad aspettarla. ma quella fu la mia condanna ad assistere per sempre all'educazione dei suoi polpacci e dei suoi piedi volanti e della sua bocca con le labbra blu che mi facevano pensare a quelle di una vicina di casa morta, stesa su una brandina a mostrarsi a tutti in quello stato di morta.
nella stanza delle medaglie era comparsa la più bella bambola del mondo che m aveva vinto come atleta al posto della coppa. la bambola aveva una bocca lucidissima, più lucida delle coppe, e rossa come un taglio sulla faccia celluoide e aveva capelli lunghi acconciati ottocento ed era alta, alta quasi come me e se la prendevi per mano camminava come camminavamo io e il papà di m a fianco delle sue gambe che sfrullavano i sassi.
ma c'era il divieto di toccare il trofeo meccanico come era meccanico l'usignolo perché il meccanismo era delicato diceva suo padre e gli piaceva essere lui a farci vedere la bambola gigante muovere passetti precisi con le scarpette nere con la cinghietta alle caviglie e un bottoncino di perla a lato dei piedi.

amavo quella bambolona e volevo che camminasse anche con me e un giorno la presi per mano finché m correva sulla ghiaia a ritmo del fischio e quando la indussi a fare i suoi passi di 10 centimetri, le si staccò una gamba.
stump, stump, rotolò via la gamba dalla coscia perfetta e così pensai, sudando e arrossendo come se avessi fatto la gara, che anche a lei si erano tagliati i tendini e che le sarebbe rimasta sempre la gamba paralizzata.
L'enorme dama più bella della coppa non camminò più e avemmo per sempre il divieto di stare nella stanza delle medaglie ma non di correre, correre, correre a lato di m ad ascoltare le trecce stump stump sul suo dorso e sulle scapole di usignolo cinese che aveva due dita ferme,
ferme per sempre come la gamba del più bel trofeo della sua vita.

postato da: harveyz alle ore 22:50 | link | commenti (37)
categorie: storie
mercoledì, 13 maggio 2009

poesia quasi sconcia

ma tu lo sai quanto è facile confondere,
scambiare lo scrivere
con il fare l'amore,
il pasto con il bacio meno casto,
infilare il dito nel formaggio
anziché il coltello,
alla zucchina languire un massaggio,
mettere a bagnomaria
un pugnetto di matite,
succhiare e leccare dal piatto la grafite,
far ribollire la tua bocca
servirti il cuore nella brocca
toccare qualcuno tra le cosce
con l'avverbio lungamente
e non capire più niente,
sciogliere capolettere di cioccolato fondente,
innamorarti perdutamente
quando ti segni un ingrediente,
fare sesso o preparare il lesso,
mettere insieme una poesia
quasi sconcia
sperando che mi riempia la pancia?

postato da: harveyz alle ore 22:22 | link | commenti (60)
categorie: scritti da cinque minuti
lunedì, 11 maggio 2009

l'amore è là

aveva le labbra più timide che avessi mai visto
che diventavano rosso ammonitico
come l'interno di due valve
quando diceva
l'amore è là
e non capivo cosa indicasse
perché puntava con il dito un punto e in quel punto una cosa
ma cosa fosse non lo seppi mai,
la mia vista non arrivava a tanto,
ai suoi occhi verdebronzo vedenti,
vederbronzo come il paiolo di rame
e perciò avevo smesso di chiedere
e avevo iniziato a congetturare
di nascosto
che fossero le mani con le crepe che avevo visto sul grembo di un uomo
e quel suo controllarsi con le dita i tagli degli anni,
rassicurarsi con la memoria che ha il tatto,
di ogni incisione che gli aveva lasciato una donna, mi aveva detto,
gli anelli fondi tra dito e dito, fedine più preziose dell'oro degli anelli del re,
e i reticoli da uccello sulle nocche.

se invece mi giravo a sud ovest,
sempre misurarndomi anch'io con la vista ramata che possedeva,
mi appariva lo spazzino della piazza che cercava di spazzare i fiori,
rose mature,
i capolini della via crucis in un giorno di vento,
e ci metteva lena e aggravava insieme al vento lo spargimento di rose,
la confusione di rose,
spazzava al contrario, dal centro verso i precipizi del mondo.

e invece verso est
mi pareva di vedere tre zingari bambini che sbrecciavano sorrisi
con denti che erano ghiaie bianche come i cippi di confine dei pascoli della collina
e si beffavano di me se li fissavo troppo, loro che avevano diviso le colline,
e non si fidavano di nessuna carità
che non avesse ampi acri in cui crescere,
i campi dei miracoli li chiamavano,
sbrigliando parole bianche come oche in un cortile.

e a nord ciò che indicava
era così lontano che mi doloravano gli occhi
e a lei doloravano le labbra, si vedeva,
ma credo fosse chi le rimandava
il sorriso dei tempi vivi
che nascondeva nella conchiglia della bocca,
come non potesse fare di meglio che vivere così ingiustamente.

postato da: harveyz alle ore 18:46 | link | commenti (39)
categorie: amore
domenica, 03 maggio 2009

lee miller

 

un posto brutto

Con lui la domenica andava in qualche posto brutto. Partivano dopo pranzo, senza accordarsi sull'ora e lei lo aspettava anche a lungo seduta sul bordo di una fioriera vuota di fiori che avrebbero dovuto adornare la casa bassa e invece il lungo vaso aveva finito per riempirsi di foglie secche, di strati di foglie secche, uno per ogni stagione di ogni albero. Quando pioveva le foglie marce salivano sull'acqua che si era depositata e marcivano anche l'acqua ma non ci si faceva più caso.
Ogni tanto saltava fuori il discorso della fioriera, ogni tanto si diceva che ci volevano dei fiori davanti alla casa per riempire quella fioriera puzzolente e che la casa sarebbe stata senz'altro più bella, ma poi non se ne parlava più, come di tante altre cose. Strato dopo strato, stagionavano e galleggiavano per la pioggia anche le parole.

Quando lui arrivava di domenica, lei si alzava da quella specie di abbeveratorio abbandonato e andavano insieme nel posto brutto. Non c'era alcun motivo per scegliere un posto così, non cercavano di sentirsi meglio, né diversi e non cercavano neanche un posto isolato. A loro piaceva solo stare lì, per qualche ora, fermi sul prato selvatico, chiazzato di seccume, le case lontane, dietro di loro, con una parete nera, catramata per isolarle dall'umidità pluviale. Davanti a loro la rete del retro dell'aeroporto, una recinzione che sbriciolava ruggine a terra e che pencolava trascinata in basso dai paletti malfermi.
Lì sentivano piena la rassegnazione alle singole vite di tutti, alle intenzioni abbandonate, alle promesse che deliziavano gli incapaci e il sollievo dalla pressione del silenzio che evita il frantumarsi di ogni cosa immaginata e che finalmente, dietro la pista di decollo, si liberava e forse ne andava via con gli apparecchi. Sì, se ne andava, si convincevano. 

Non si dicevano niente, niente di tutto questo, non ce n'era bisogno se restavano lì, appoggiati alla portiera della macchina rossa, ferma sulla capezzagna di erba secca a guardare la pancia degli aeroplani. Quello era il punto migliore per vedere i bestioni alzarsi e mostrare la pancia grigio chiaro come quella dei delifini quando fanno le capriole schizzando fuori dalla superficie del mare, esplodendo fuori dal mare come tappi di sughero. Anche l'urlo dell'aereo in accelerazione verso il cielo somigliava a quello di quei grossi pesci mammiferi, strideva e poi, per qualche tempo, restava come fermo sulle loro teste: un grosso ventre li sorvolava e dava l'impressione che allungando le braccia si potessero sfiorarlo, sentire se era un ventre caldo o freddo. Allora lo fotografavano e si segnavano l'ora e il giorno in cui erano stati trasvolati. Così per tutti gli apparecchi che si alzavano in quelle domeniche brutte.
Ogni tanto si guardavano l'un l'altro come si guarda, evitandone gli occhi, un ricordo e sapevano che gli unici ricordi lucidi sarebbero state le immagini degli stomaci di quei delfini che si evolvevano nei cieli che stavano sopra un posto senza alcuna compiacenza.

Tornavano a casa quando la guazza li faceva rabbrividire, andando più piano che potevano, senza più pensieri dentro e mai avevano desiderato salire su uno di quei voli, neanche col pensiero, e mai si erano chiesti le rotte. Si trattavano come un ricordo che sarebbe arrivato presto, teneramente, si comportavano come due ammalati che si nascondono i sintomi e li scambiano per qualcosa d'altro e insieme poi cenavano, evitandosi gli occhi e ascoltando le intenzioni che tenevano insieme gli altri, che saldavano i giorni ai giorni, che non parlavano di posti brutti ma della fioriera da riempire di terra per la prossima fioritura e della pulizia dalle dannate foglie marce e di qualche posto bello dove andare la domenica, quando farà più caldo.

 

postato da: harveyz alle ore 21:58 | link | commenti (71)
categorie: posti
venerdì, 01 maggio 2009

Ti ringrazio, cuore mio:

non ciondoli, ti dai da fare

senza lusinghe, senza premio,

per innata diligenza.

Hai settanta meriti al minuto.

Ogni tua sistole

è come spingere una barca

in mare aperto

per un viaggio intorno al mondo.

Ti ringrazio, cuore mio:

volta per volta

mi estrai dal tutto,

separata anche nel sonno.

Badi che sognando non trapassi in quel volo,

nel volo

per cui non occorrono le ali.

Ti ringrazio, cuore mio:

mi sono svegliata di nuovo

e benché sia domenica,

giorno di riposo,

sotto le costole

continua il solito viavai prefestivo.


Wislawa Szymborska 

postato da: harveyz alle ore 06:10 | link | commenti (15)
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