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domenica, 26 aprile 2009

perdermi avrei voluto

perdermi, avrei voluto,
e non vederti piangere così poco,
di pianto così breve che le lacrime non sono nemmeno cadute,
ti si sono fermate fiacche sul mento.

dopo giorni erano ancora lì
quei sentieri corti fatti di sale sulla faccia
- arginette di saline col vento -
e perdermi avrei voluto
piuttosto che ritrovarli tutti con i polpastrelli,
un braille elementare.

e perdermi avrei dovuto
invece che imboccare con poca sapienza
o zoppicante coscienza
o così scarsa immaginazione
quelle strade affatto cieche che si inerpicavano,
tornanti di un tormento alto,
dal mento
alle cunette delle tue labbra in continua infiorescenza di riso,
- depliant aperto su una vacanza da sogno -
con le deviazioni ai lati del naso e su su,
sul dorso delle guance indignate di rosso
come cavalli spaventati
per lo sforzo di trattenerti al molo delle cose
che credevi indistruttibili;

e, sì, ti dico che perdermi avrei sperato
invece che essere qui, davanti a questo foglio,
a fare il ricalco a un percorso di un pianto così breve,
di un pianto così poco,
a premere una matita
sulle ombre delle tue palprebre
e sui rivoli lenti che scendono dagli occhi
come un ladro da niente
disperato, aggrappato alla finestra
spenta
che sparisce e sta affannato
dietro l'angolo destro del mio cuore.

 

postato da: harveyz alle ore 20:30 | link | commenti (53)
categorie: dedicato a m
martedì, 21 aprile 2009

svelti, veloci, piano, con calma

Su su, svelti, veloci, piano, con calma.
Poi non v'affrettate, non scrivete subito poesie d'amore, che sono le più difficili, aspettate almeno almeno un'ottantina d'anni.
Scrivetele su un altro argomento, che ne so. sul mare, il vento, un termosifone, un tram in ritardo, che non esiste una cosa più poetica di un'altra.
Avete capito?
La poesia non è fuori, è dentro.
Cos'è la poesia, non chiedermelo più, guardati nello specchio, la poesia sei tu.
E vestitele bene le poesie, cercate bene le parole. Dovete sceglierle.
A volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola.
Sceglietele,
che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere.
Da Adamo ed Eva, lo sapete Eva quanto c'ha messo prima di scegliere la foglia di fico giusta?
"Come mi sta questa, come mi sta questa, come mi sta questa.", ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre!
Innamoratevi, se non vi innamorate è tutto morto, morto.
Vi dovete innamorare e tutto diventa vivo, si muove tutto,
dilapidate la gioia,
sperperate l'allegria e siate tristi e taciturni con esuberanza.
Fate soffiare in faccia alla gente la felicità.
E come si fa? Fammi vedere gli appunti che mi sono scordato. Questo è quello che dovete fare:
non sono riuscito a leggerli!
Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore, bisogna essere felici.
Siate felici!
Dovete patire, stare male, soffrire
non abbiate paura di soffrire, tutto il mondo soffre.
E se non avete i mezzi non vi preoccupate, tanto per fare poesie una sola cosa è necessaria: tutto.
Avete capito?
E non cercate la novità, la novità è la cosa più vecchia che ci sia.
E se il verso non vi viene, da questa posizione, né da questa, ne da così,
buttatevi in terra!
Mettetevi così.
Ecco, ohooo,
è da distesi che si vede il cielo.
Guarda che bellezza: perché non mi ci sono messo prima?
I poeti non guardano, vedono.
Fatevi obbedire dalle parole.
Se la parola 'muro' non vi dà retta, non usatela più,.per otto anni, così impara! Che è questo, bhooo non lo so!
Questa è la bellezza, come quei versi là che voglio che rimangano scritti li per sempre.
Forza, cancellate tutto che dobbiamo cominciare.

Roberto Benigni, La tigre e la neve

postato da: harveyz alle ore 11:48 | link | commenti (34)
categorie: dedicato
venerdì, 17 aprile 2009

cento lire

le cento lire venivano buone solo alla fine della messa come una cosa benedetta, come le uova sode di pasquetta.

solo allora prendevo quelle cento lire calde tra l'indice e il pollice e le mostravo al gelataio, alzavo come una prova la moneta grigia come l'asfalto,
lucidata e scaldata per giorni nelle tasche, controllata per giorni nelle tasche,
anche senza toccarla controllavo se c'era,
tiravo un lembo del vestito per sentire se la moneta pesante saltava sul fondo della fodera,
la moneta dolce del gelato pistacchionocciola sopra il cono della fine della messa,
la moneta benedetta.

e mi girava la testa, a messa finita, perché avevo mangiato solo gesù dalla mattina presto,
perché gesù voleva lo stomaco vuoto, come il dottore delle analisi, prima di appoggiarsi, con il suo corpo fatto tondo e sottile, alla mia lingua,
prima di farsi particola e attaccarsi alla mia lingua e poi sul palato
e poi subito scomparire dal palato, come se avessi ingoiato le gocce della nebbia dei campi,
e mi girava la testa per la fame ed era una fame di giorni,
una fame diversa,
la fame delle cento lire calde, lucidate, benedette come particole.

la moneta non aveva valore di cento finché non arrivavo dal gelataio della domenica e solo allora potevo scambiarla perché prima era solo un tondo,
il tondo luccicante del vecchio del ricovero,
il ricovero grande con l'ingresso dei palazzi che aveva forse cento stanze,
cento come la moneta
e se moltiplicavo le stanze per le moneta veniva fuori una ricchezza
e anche quella mi faceva girare la testa,
come il digiuno per gesù o per le analisi del sangue.

il vecchio del ricovero mi aveva dato la moneta il lunedì
alzandola anche lui come il prete in alto, con le mani calde che scaldavano il metallo della moneta,
l'acmonital mi diceva,
vedi questo metallo?
viene attratto dalla calamita e con la calamita puoi muovere la moneta,
puoi muoverla come vuoi,
come la mia mano su di te,
come la mia mano sotto di te.

e intanto che diceva della mano
la mano faceva un movimento dal basso verso l'alto come se stesse per sollevare una cosa invisibile,
come se volesse sollevare la nebbia dai campi
e le dita del vecchio si muovevano come si muovono le alghe azzurre nell'acqua dei fossi,
come piume cadute in acqua,
e allora io sapevo
che era la piuma della mia gonna a sollevarsi piano
perché la mano del vecchio era come quella di un mago
che alza gli oggetti galleggianti nel vuoto,
così io capivo che la gonna a pieghe si doveva alzare per quella magia della sua voce e delle dita che ipnotizzavano gli oggetti.

e poi sempre la voce del mago vecchio e la mano magica cambiavano direzione e mi ordinavano di abbassarmi le mutandine giù
fino ai calzettoni rigirati due volte sulle gambe,
e così facevo guardando quella stanza delle cento stanze del ricovero grande,
e mentre la mano ipnotica del vecchio si poggiava sotto la mia gonna galleggiante nel vuoto,
ed era una mano calda dello stesso caldo della moneta tenuta in tasca tanti giorni
e si muoveva sopra di me come la nebbia si muove sui campi,
io vedevo nella stanza le cento case del vecchio racchiuse tutte lì dentro
e anche se lui era sempre seduto
aveva spostato lì dentro, con la sola forza degli anni delle sue mani, tutti quegli oggetti di cento anni,
coperte senza frange
libri sfasciati
bricchi d'alluminio anneriti
mazzi di carte gonfi
monconi di candele bianche nei bicchieri
alambicchi vuoti
maglioni con i bottoni staccati
bottiglie opache
giornali gialli
scatole da scarpe con scarpe sformate da cento e cento passi
forbici aperte sul tavolo
due grosse sveglie verdi
mucchietti di legna per il camino che sapeva di camino spento.

e mentre inventariavo le cento cose della casa del vecchio pensavo alla suora che alzava il mento come si alzavano la moneta, la gonna, la nebbia mattiniera tra i meli,
e diceva la suora con il velo nero della rondine in testa
che noi bambine avevamo la compassione dei vecchi dentro,
e dovevamo portarla con tutte noi stesse nella casa dei vecchi,
e io non sapevo che la compassione era una mano calda,
un'alga che danzava sotto la mia gonna,
una moneta da cento lire
che valeva un gelato
da cento lire
di acmonital.

postato da: harveyz alle ore 18:08 | link | commenti (56)
categorie: storie
martedì, 14 aprile 2009

 

"ma tu cosa sei?"
"qualcosa", disse. "qualcosa come te,
come una bestia,
come un uccello,
come un angelo.
qualcosa così".
(...)
"non lo stiamo sognando?"
"non lo stiamo sognando".
"non lo stiamo sognando insieme?"
"anche se fosse, non potremmo saperlo".

skellig, david almond

 

postato da: harveyz alle ore 13:50 | link | commenti (37)
categorie: qualcosa
lunedì, 06 aprile 2009

testa o croce

non sapendo cosa fare
fece saltar su il pollice
dalle quattro dita piegate della mano destra:
la luna si rovesciò per aria,
si rovesciò,
e roteò parecchie volte
e si spinse in alto anche oltre qualche galassia
- proprio un bel tirò, pensò -
e quando cadde,
dall'altra parte
della luna rovesciata,
c'era testa.

ho vinto, disse.

 

 

 

postato da: harveyz alle ore 16:55 | link | commenti (52)
categorie: scritti da cinque minuti