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venerdì, 27 febbraio 2009

teoria del mondo piccolo

Adesso abito al sei del terzo piano e scrivo all'inquilino traslocato. Gli ho scritto 36 volte. Non mi conosce ma, del resto, nessuno conosce nessuno in questo palazzo. Per non incrociarci, entriamo e usciamo, ad ora precaricati, come lieti personaggi laccati di un orologio a cucù.

Ma da quando ho cominciato a scrivere all'inquilino traslocato, il meccanismo mostra un difetto.

Tutti hanno preso a scriversi lettere l'un l'altro. All'inizio credevo che fosse solo aumentata la posta, magari un'ondata di quelle finanziarie, lo sai no, la tua vita può cambiare, realizza subito il tuo progetto. Ma gli indirizzi erano scritti a penna.

Risultato: da qualche giorno anche a me arrivano le lettere degli altri. L'inquilino traslocato continua a ricevere solo le mie lettere: lui non le apre e io scrivo solo a lui. E sai perché? Perché io l'ho visto come adesso scorticarsi le nocche per tirare fuori una busta dalla sua cassetta condominiale. Era insanguinato e si soffiava sulle mani ma poi ricominciava. Con il medio è riuscito a bloccare la busta ed è rimasto fermo. Respirava come il mantice di una fisarmonica, mi ha guardata con gli occhi di sale di un naufrago.

Non ridere, ma ho desiderato pulirgli io stessa le nocche, strappargli piano con i denti la pelle. Poi ho desiderato essere io quella che gli aveva scritto la lettera.
Lui sì che ci teneva a quella lettera.
Io non ci tengo affatto alla corrispondenza degli altri cinque inquilini.
Non sai il fastidio: prima per me era una gioia materiale, come dice la poetessa, scrivere lettere al mio uomo.

Dicevo mio uomo ogni volta che stiravo la busta appena chiusa con il palmo della mano. Mi sentivo al sicuro come al centro della gola di una montagna, la montagna stessa. Ma ora temo che l'inquilino traslocato venga a prendersi la posta e si possa irritare, che senta lo stesso osceno pungolo che sento io a ricevere la delirante grammatica del mio amore.

Non sono più al sicuro, non riesco a distogliere lo sguardo dagli altri, come quando qualcuno ti parla con la patta aperta. Hai voglia a pensare, che sarà mai? Guardi solo lì dove non sono state chiuse le pulsioni, gli odori dentro qualcosa, un vestimento di pudicizia.

Senti questa: l'altro giorno, mi ha scritto il signor F. per raccontarmi che è stato dall'ortopedico perché le ginocchia non gli funzionavano più. Il medico gli ha martellato i nervi della rotula, ha sentito una scossa e le gambe gli sono partite di scatto che quasi ficcava una pedata sotto il mento del dottore. Sono stato miracolato, mi racconta. E giù a riferirmi di prodigi e di madonne, anche francesi. La signora C. mi scrive che ha un orto e le sono spariti quattro radicchi, porci, bastardi di marochini. Con una c sola, scrive. E che ogni sera dà l'olio di lino al fucile del suo povero marito. L'architetto P. non risponde più alle telefonate di lavoro, mi racconta, perché deve aspettare che il contadino ari il campo davanti alla chiesetta in modo che i solchi formino una prospettiva virtuale perfetta con il sagrato. Devo avere quell'immagine, mi confessa. Se incontra i suoi clienti, si finge qualcun altro.
La signora V. è certa che sarà la prossima a cui i falsi finanzieri porteranno via la pensione. Ha ritagliato dal giornale tutte le truffe che hanno messo a segno e ha disegnato il loro identikit. E' appeso, in duplice copia, ai lati della porta. Mi invita ad andare a vederli.
E così tutte le lettere.
Malanni intestinali, livori per ereditare zuccheriere, incontri licenziosi, il sentore della tela sgarzolina che ricopre il suo pube, la stupidità di come si lava i capelli tutti i santi giorni, i resti delle canne che getta nel cesso e non tira neanche l'acqua, la macchina sempre in carrozzeria, ladri.

Nessuno di noi, congiurando con gli altri, ha mai perso la chiave della cassetta postale. Tra di noi un solo pericoloso grado di separazione, un diaframma liso.

Guardo ogni giorno, ma non c'è mai traccia di sangue nella casetta postale dell'inquilino traslocato.

Adesso ho finito di diventare più stupido.
Végre nem butulok tovàbb.
Paul Erdos

 

postato da: harveyz alle ore 17:47 | link | commenti (80)
categorie: teorie
lunedì, 23 febbraio 2009

 

coniglio educational
ricerche sull'origine della specie
- parte seconda-

postato da: harveyz alle ore 14:02 | link | commenti (48)
categorie: conigli
martedì, 17 febbraio 2009

accendi

più tardi
sono tornata dove avevo appoggiato
le cose che mi hai scritto

ci ho messo sopra la mano aperta
come si fa sul cranio tenero
nell'imposizione
di un nome

e le tue parole erano ancora
caldine

lì ad intiepidirsi
sul tavolo
da poco spostate dal fuoco alto
dei miei occhi
con i quali a momenti le bruciavo.

 

postato da: harveyz alle ore 20:37 | link | commenti (69)
categorie: scritti da cinque minuti
lunedì, 16 febbraio 2009

le vostre verità sono irrespirabili

postato da: harveyz alle ore 11:20 | link | commenti (32)
categorie: niente
martedì, 10 febbraio 2009

macelleria

il figlio del macellaio

Il figlio del macellaio stava seduto con le calzette Gallo in filo di Scozia, seduto in posa sulla testa del vitello amazzato, il vitello con gli occhioni vetrosi spalancati e calmi che sembrava recitare la sua agonia, la lingua mezza fuori dal muso toccava terra, un lembo di lana grossa rosa signorina appoggiata al pavimento dell'ingresso del macello che aveva grandi chiazze rosse assorbite nel cemento che non venivano più via.

Così stava il bambino del macellaio, sopra il collo del vitello grasso Limousine che aveva una zucca cornuta di riccioli rossigni in testa e il ragazzetto con i palmi sulle cosce che teneva strette, stava contento come il figlio prodigo della parabola. Era un trofeo, quel vitello, una coppa campioni, e per la prima volta suo padre lo aveva chiamato a farsi la foto con il bue poco prima di squartarlo ed era orgoglioso di questo primo premio paterno, il bambino, e così superava il caldino del pelo, lo schifo della lingua e lo sdegno ridicolo del vitello che non era bello a vedersi morto con mezza lingua di fuori: i morti si compongono, pensava il figlio, che lo aveva saputo da sua madre che si devono prima di tutto forzare le palpebre a chiudersi come saracinesche sugli occhi, così il defunto non può guardarti fisso e accusarti di chissaché e poi anche che bisogna non perdere tempo a intrecciargli il santo rosario tra le dita altrimenti le mani si serrano sulle cose che non vuole lasciare, fossero anche le lenzuola della passione, le sindoni, fosse anche il cuore di qualcuno.

E diceva anche questa cosa strana, la mamma del figlio del macellaio, che non bisognerebbe aprire le mani di qualcuno che è morto perché lei ci aveva trovato sul serio il cuore di una donna o di un uomo, un cuore grosso come quello del bue, diceva la mamma, ancora con il suo pericardio a proteggerlo.

Così il figlio del macellaio, mentre si faceva la foto polaroid, stava elegante per compensare con il suo portamento il vitello scomposto con il suo cuore grosso ancora dentro la carcassa, un cuore che suo padre avrebbe estratto pulito come un tubero dalla terra e venduto a parte, quando arrivava il mercato e allora all'osteria lo si metteva in umido con gli odori, il cuore del bue, e non tutti potevano permetterselo, così tanti stavano a guardare chi mangiava il cuore e gli si crepava il cuore umano a tanta voglia di cuore cotto. proprio come nell'amore.

Era preso da tutti questi pensieri lunghi come budella di due intestini, il figlio del macellaio, quando il padre se ne uscì con una delle sue mentre filava i coltelli l'uno sulla lama dell'altro che si molavano schizzando via delle scintille e un rumore di spade e di duelli e di contese riempiva il macello,

adesso alzati e vattene che devo aprire la bottega e non fare come al solito che strappi la carta della carne per scriverci sopra delle storie che qui non ci sono storie da mandare avanti, ma un macello. L'unica storia è un macello, figliolo, e quel che è macellato non è più tuo.

postato da: harveyz alle ore 19:07 | link | commenti (40)
categorie: storia
venerdì, 06 febbraio 2009

 

Poi la porta si spalancò. Ed entrò quella donna. Tutto quello che posso dirvi è che ci sono miliardi di donne, sulla terra, giusto? Certune sono passabili. La maggior parte sono abbastanza belline, Ma ogni tanto la natura fa uno scherzo, mette insieme una donna speciale, incredibile. Cioè, guardi e non ci puoi credere. Tutto è un movimento ondulatorio perfetto, come l'argento vivo, come un serpente, vedi una caviglia, un gomito, un seno, un ginocchio, e tutto si fonde in un insieme gigantesco, provocante, con magnifici occhi sorridenti, bocca leggermente piegata in giù , labbra atteggiate in modo che sembrano scoppiare in una risata alla tua sensazione di impotenza. E sanno vestirsi, e i loro lunghi capelli incendiano l'aria. Troppo di tutto, accidenti.

Charles Bukowski, Pulp

postato da: harveyz alle ore 13:00 | link | commenti (42)
categorie: donna