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giovedì, 27 novembre 2008

 

Il tuo mondo favoloso


Sovente
io guardavo le nuvole, la sera
e me le immaginavo
vestite taglie in più;
oppure, se disperse, allungavano la scia
donne sdraiate al sole a Gibuti.
Questo era,
un modo truffaldino
per ridere alla vita
contatto telegrafico col bello a me proibito.

Ed era un conversare un po’ matto
un po’ cialtrone;
così a me piace crederti colore di mimosa
adatta per le mani sottili
e le parole.
E poi mi piace crederti
con una tazza in mano, e l’altra
a ripiegarti la gonna agli scalini;
oppure in un aereo d’Atlantico blu mare
con un mantello coda di rondine
a mostrare

massimo, www.lesplanade.splinder.com

 

postato da: harveyz alle ore 09:22 | link | commenti (71)
categorie: amelia
mercoledì, 26 novembre 2008

 

Ne sapevo poco, e quello che sapevo
non lo credevo - mi avevano mentito
troppe volte, così lo presi come
veniva, il suo corpo nudo sul lenzuolo,
i peli sottili arricciati sulle gambe come
belle conchiglie dorate, il suo sesso
sempre più duro sotto la mia mano
eppure non duro come una pietra, il viso
contratto come colto da terrore, il sudore
che gli schizzava dai pori facendo scie
improvvise di piccole lumache quando le ginocchia
si serrarono con lievi clic e sotto la mia mano
lui si raccolse tutto e si liberò e la piena
come latte gli fuoriuscì dal corpo, io
la vidi luccicare sulla sua pancia, quello che mi avevano
detto e anche di più, me la spalmai sulle mani
come una pomata, misi la firma perché durasse.

sharon olds


postato da: harveyz alle ore 11:52 | link | commenti (27)
categorie: poesia
lunedì, 24 novembre 2008

 

la neve di un'ora fa

ti ho mostrato una foto,
un tetto, quello che vedo dalla stanza più piccola, la stanza dei cappelli e delle coperte,
un tetto con la neve di un'ora prima o forse di meno di un'ora
e l'ho scattata come da dentro la macchina dei raggi x, con il vento che staccava a pezzi la neve dal cielo che mi gelava il petto e il collo
e la neve, e il tetto, il lampione tondo, e il pensiero di mostrarti
la lastra di quest'alba
mi radiografavano e la radiografia diceva
di come sono nata dalle sue ossa, come eva da adamo,
di come sono una donna tolta da un uomo, strappata a pezzi bianchi dal cielo di un uomo,
e sono stata in paradiso, come ci sei stata tu, ricordo, e io ci sono tornata stamattina per poterti riferire come si divide il buio dalla luce, come si scelgono le orbite delle terre vivibili e invibili
e nella sola luce
fermare la terra per te,
fermare l'asse terrestre con mani di stella fissa,
per te
che con voce di un rigo solo
mi hai detto ieri
si è spento tutto
come mi sono detta due giorni fa quando è bruciata la lampadina della stanza più piccola, quella dei cappelli sull'attaccapanni della scuola elementare,
l'attaccapanni con le teste di leone.

Così, leggendo quel tuo rigo,
mi si è spezzato un filamento, come alla lampadina,
e sentivo solo il clic dell'interruttore, clic in alto, clic in basso, e non si accendeva, hai ragione,
con quel gesto inutile,
ed ho provato il torto della neve del tetto
e l'esilità delle radiografie nell'alba
così sono tornata a guardati come poco prima guardavo, dall'altra parte della casa, la sedia bianca della terrazza
sulla quale la neve si sedeva con educato silenzio, come una bambina che si sistema la gonna sotto le ginocchia prima di accomodarsi davanti alla vita,
le gambe dritte, i piedi affiancati, destro e sinistro, appaiati come i cavalli bianchi delle carrozze per il ballo;
torna a mezzanotte, se vuoi, poco prima che succeda tutto, poco prima che non succeda niente.

So di aver imparato il tuo nome corto
e di doverlo ripetere piano
come lo ripete quattro volte il poeta
all'inizio della raccolta
tess
tess
tess
tess
e stringerò il pugno della mano destra, quello che indica le dimensioni del cuore e aspetterò, come facevo da piccola avvicinando la mano destra nel posto del cuore, che le tue mani crescano e poi si stacchino dal cielo,
come pezzi di cielo strappati sul tetto.

 

postato da: harveyz alle ore 17:12 | link | commenti (88)
categorie: dedicato
venerdì, 21 novembre 2008

 

E io dinnanzi al miracolo di mani,
schiena, spalle e di un collo di donna
con devozione di servo
la vita tutta riverisco.

boris pasternak

postato da: harveyz alle ore 09:16 | link | commenti (41)
categorie: pasternak
martedì, 18 novembre 2008

 

tutte le altre destinazioni 

Quasi ogni giorno ci dicevamo che saremmo morte la notte stessa.
Cominciava lei per prima, verso le due del pomeriggio, forse dopo aver scrollato la tovaglia nel cortile davanti alla rete in cui lo sentiva parlare ad alta voce con i vecchi vicini,
lo sentiva
e sapeva che era a lei che parlava, dietro la rete, la rete verde cupo di gelsomini, dietro la sua vita, dietro quella della vecchia coppia di vicini che la domenica mattina abbrostoliva grosse bistecche rosse.
E mi diceva,
lo sento che lo dice a me che sta partendo,
starà via dieci giorni, ha detto così,
io credo che morirò entro stanotte
e se lui non parlava al di là della rete era la stessa cosa,
si sarebbe immaginata quando la casa si sveglia, in una posizione comoda per l’aldilà, così se fosse stato solo il silenzio e solo il carbone della domenica mattina a crepitare nel cortiletto, a renderle brace il giorno al di là della rete,
lo stesso avrebbe continuato a dormire dopo l’ora puntata sulla sveglia.

Ed è così che volevamo che ci trovassero
comode finalmente da qualche parte, con le nostre parole anch’esse finalmente accomodate vicine al letto, come dei parenti, commossi e svogliati nei finti abiti da cerimonia
gente mai vista, in attesa lungo i gelsomini che tardano a sfogliare
che tardano a fiorire e di cui ad aprile contavamo i bocci promettendoci l’un l’altra che ci saremmo raggiunte là dove le estati sembravano più innocue,
lunule di animali innocenti,
estati come gatti di un mese che lasciavano sulla pelle graffietti doloranti come striature di spine di albero di more.

Cominciava lei e poi toccava a me ed ero costretta ad una rimessa in gioco di lato, al rimpallo,
e così tacevo come quei parenti senza niente da dire o come quel poeta a cui tolsero la pagina della povertà e perse l’autorità e la credibilità del suo villaggio e bastava anche questo,
che la lasciassi digiuna di risposte,
che il suo digiuno prolungato di me non le sfiniva mai l’amore,
ha dei muscoli speciali per l’amore lei,
e un radar aeroportuale al posto del cuore
e capiva ogni cosa di me come capisce tutto il capo cameriere che ha servito il re d’inghilterra, il capo della sala che non muoveva nemmeno la testa per sapere cosa mancasse sulla tavola dell’ospite dell’hotel Parigi e sempre sapeva se la brocca dell’acqua era finita, se la coppa del vino andasse rabboccata.

Così mi diceva che per quella notte sarebbe morta lei,
che io non potevo perché ero una che faceva cose buffe
e ridicole
e cosa avrebbe fatto lei se non poteva ridere la notte prima di morire.
Si fingeva un diritto di un primato, mentre camminavo nella piazzetta dei platani giovani e ci si scherniva sul fatto che mi toccasse lavorare fino a poco prima che lei morisse,
che se fossi morta per lei,
l’avrei fatto inciampando sul marciapiede o per un motivo un poco indecoroso, come indecorosa diventa la ricchezza imposta e nessuno mi avrebbe creduta.
Morì mentre, per me, faceva ridere di sé,
così diceva del mio epitaffio.

Se non muoio per prima, mi arrabbiavo, è solo perché non ti ho mai spedito quella cartolina con una bambina di dolcezza seria,
di compunta bellezza,
con un punto di pianto puro sulla fronte,
che ti ho comprato a bologna,
che ho comprato per i tuoi polsi con bracciali come cembali,
perché sei più bella di un boccio di gelsomino.

Cominciava sempre lei, come ieri sera ed io con un lento destino sempreverde, contavo lo sfoglio delle foglie, delle foglie povere dei platani, le prime a morire.

nelle stanze le donne vanno e vengono parlando di michelangelo
t.s.eliot
 

postato da: harveyz alle ore 10:59 | link | commenti (59)
categorie: ad elle
giovedì, 13 novembre 2008

beatrice meoni, fiore vero

Il fiore vero

La regina di Saba, quando ricevette la visita del grande Salomone, con cui gareggiava in saggezza, gli propose una sorta di indovinello.
Lo condusse in un locale del suo palazzo dove straordinari artigiani avevano riempito lo spazio con fiori artificiali.
Sembrava una pianura miracolosa, dove fiori diversi e profumati ondeggiavano piano sotto una brezza sconosciuta.
"Ecco il mio indovinello", disse la regina.
"Uno di questi fiori, uno soltanto, è un fiore vero. Sai indicarmelo?".
Salomone si guardò attorno attentamente.
Fece appello a tutta la sua sensibilità, alla potenza della sua concentrazione.
Non fu in grado di indicare il fiore vero.
Allora, poiché sudava abbondantemente, disse alla regina di Saba:
"Qui fa un caldo tremendo. Puoi chiedere a uno dei tuoi servi di aprire una finestra?".
La regina ordinò che si aprisse una finestra: "Ecco il fiore vero", disse il re, un attimo dopo.
Non poteva sbagliarsi.
Un' ape, entrata dalla finestra, si era posata sull'unico fiore vero.
Se è sempre difficile essere Salomone, è ancora più difficile essere ape.
Ma la cosa più difficile è essere fiore

postato da: harveyz alle ore 10:54 | link | commenti (69)
categorie: piccole storie
mercoledì, 12 novembre 2008

spam

un problema al giorno/1

Stai pensando a cartoons e manga che hanno popolato la tua infanzia?
Ti stai chiedendo cosa c'è scritto sul copriletto appena acquistato?
Vuoi dare un nome esotico al gatto?
Vuoi sapere se esiste un nome giapponese che si adatta al tuo bebè in arrivo e magari vuoi sapere come si scrive?
Per tutto questo c'è Giappomix.

postato da: harveyz alle ore 14:54 | link | commenti (54)
categorie: rubrica
domenica, 09 novembre 2008

cometa

sette soldati
il quarto soldato

Alle 13 del 25 dicembre del 1957, dopo la messa del santo natale, il padre del quarto soldato portò il quarto soldato, che allora aveva otto anni, a vedere il presepe meccanico nella canonica. Il padre e il quarto soldato entrarono nella canonica  resa buia con i cartoni neri incollati alle finestre per quel presepe automatico, entrarono proprio quando il cielo della natività era al tramonto e il fondale dietro la grotta si striava di rosso di sotto e di blu di sopra, due striscie compenetranti di blu e di rosso e nel mezzo di quei colori, prima sfocata e poi sempre più chiara, camminava una cometa
come un fascio di luce lentissimo che tagliava il cielo bicolore del presepio come un medico la pelle dell'operato.
Il quarto soldato si aspettava da quell'incisione che colassero giù il blu e il rosso, che colassero insieme sulla grotta dove maria dondolava il busto verso il basso, reclinandosi ad un fagotto, e giuseppe allargava e chiudeva le braccia davanti allo stesso fagotto dal quale spuntava una testolina rosa che apriva e serrava due occhi blu anch'essi, in sincrono con il busto e le braccia.
Credeva, il quarto soldato in calzoni di lana cotta e giacchetta di lana cotta e bottoni dorati, che il bue e l'asino si alzassero e scappassero come gli animali di suo padre che sentivano l'agitazione del mondo prima che il mondo si scuotesse, si muovesse come un pazzo si muove tra le lenzuola della sua sudata follia,
ed invece gli animali di quel paesaggio canonico rimanevano impassibili, con la cometa come una spada che feriva il cielo di cartoncino e i gloria degli angeli urlavano ai lati della canonica e allora il quarto soldato sentì lui stesso arrivare su tutto quello, e su di lui e su suo padre, un siderale presagio di agitazione della terra, un sordo belato di morte da sopra la canonica e scoppiò in un pianto anche quello affilato come un bisturi sulla pelle e in quel silenzio viola il padre del quarto soldato si sentì osservare da tutti i fedeli del presepe e portò di fuori il bambino e non gli fece alcuna domanda al riguardo del pianto, né quel natale, né mai.

Il quarto soldato, nella trincea di pacciame, in quella trincea di sottobosco e terra di risulta della digestione dei lombrichi, non parlava mai del presepe meccanico con gli altri soldati ma sfogliava, specialmente di notte, specialmente quando i confini della trincea sparivano come sparisce nel buio di agosto lo sciame di frantumi che vola dietro la cometa, un libro sulle cose celesti che leggeva accendendo una candela che toglieva da una scatola di cartone come quella dei pastelli di cera
e quando quella cera bianca si scioglieva, dentro la fossa si spandeva odore votivo, di santi portati a spalle in vie in discesa, di legni intrisi di sego bruciato delle capriate delle chiesette di campagna.
E così il quarto soldato veniva spiato come una curiosità da fiera, ma mai si avvedeva della curiosità degli altri soldati di acciaio e di argento e però quei sei militari, secondo un accordo muto, sapevano ormai tutto, ognuno sapeva la sua parte di pagine di quei corpi celesti e quando il quarto soldato si addormentava i sei soldati di terra e di metallo nominavano i nomi letti delle comete senza saperle abbinare al loro passaggio, e quei nomi risuonavano da lato corto a lato corto della buca
e quei nomi sciamavano avanti e indietro come da fiore a fiore gli insetti in primavera
sun grizing, la cometa che sfiora il sole, fino alla nemesi
la nube di Oort di comete millenarie
la fascia di Kuiper di comete centenarie
e quelle comete catturate dalle braccia dei pianeti giganti e mai più lasciate andare da quelle braccia.

Il quarto soldato uscì dalla trincea alle 13 in punto e fece un arco di sciabola nel cielo più bello che si fosse mai visto e i sei soldati videro che quella sua spada era come una cometa che entrava con la sua chioma nell'orbita del sole con un lampo fluente che mescolò il blu del cielo e il rosso del sangue del nemico ucciso.
Ucciso dal quarto soldato alle 13 in punto.

gli angeli siamo noi
Vinicio Caposella

postato da: harveyz alle ore 18:31 | link | commenti (33)
categorie: sette soldati
giovedì, 06 novembre 2008


mano
259.
Poi ieri sera la voce non taceva ma continuava a parlare, non più in epigrammi concisi bensì in periodi fluenti, e al punto che mi sono chiesta se non fosse un nuovo dio a parlare, sopra il clamore della mia protesta -  
Il desiderio è una domanda senza risposta, il sentimento della solitudine è la nostalgia di un luogo. Quel luogo è il centro del mondo, l'ombelico dell'universo. Nulla meno del tutto può appagare l'uomo. Chi frena il suo desiderio lo fa perchè il suo desiderio è abbastanza tenue da essere frenato. -

Nel cuore del paese,
J M Coetzee
postato da: harveyz alle ore 20:03 | link | commenti (13)
categorie: confine