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giovedì, 24 gennaio 2008

Il vento si levò per la prima volta, frugò nella sabbia, il terreno fuggevole si dissolse minacciosamente nell'aria.
Mostrò la sua vera composizione.
Gli occhi e il deserto s'incontrarono, il deserto si posò sulla retina, fuggì,
si riavvicinò a ondate,
fu di nuovo negli occhi per intere ore, per interi giorni.
Gli occhi si fanno sempre più vuoti,
sempre più attenti,
più grandi,
in quell'unico paesaggio per il quale gli occhi sono stati creati.

Ingeborg Bachmann, Il caso Franza

postato da: harveyz alle ore 17:45 | link | commenti
categorie: vento
sabato, 19 gennaio 2008

 

Alle mie spalle, colui che avevo scambiato per un mercante di cavalli a poco a poco si mise sopra la sua vicina che, allargando le ginocchia, mi sfiorava la schiena. Eravamo tanto vicini gli uni agli altri, la mia attenzione era così desta, che percepii il momento esatto della penetrazione.
Anche Anna, potrei giurarlo. Il suo viso, i suoi capelli, le sue labbra socchiuse sfiorarono la mia guancia, ma non mi baciò, né io tentai di baciarla.
Non eravamo i soli ancora svegli, e sicuramente anche altri se n’erano accorti. Il movimento del treno ci scuoteva tutti; dopo un po’, il frastuono delle ruote sulle rotaie diventava una musica.
Forse mi esprimo in modo crudo, per goffaggine, proprio perché sono stato sempre un uomo pudico, anche nei pensieri.
Non mi ero mai ribellato al mio modo di vivere. L’avevo scelto io. Avevo realizzato con pazienza un ideale che, fino al giorno prima, e lo ripeto in tutta sincerità, mi aveva soddisfatto.
Adesso ero lì, nel buio, con quella musica del treno, bagliori rossi e verdi che passavano, fili del telegrafo, gli altri corpi stesi sulla paglia e vicino a me, a portata di mano, si stava consumando quello che padre Dubois chiamava l’atto carnale.
Contro il mio corpo si strinse un corpo di donna, teso, vibrante, mentre una mano già rialzava il vestito nero e tirava giù le mutandine sino ai piedi, che se ne liberarono con uno strano movimento.
Non ci baciavamo ancora. Anna mi attirò a sé, e mi fece ruotare su me stesso – silenziosi entrambi come due serpenti.
Il respiro di Julie divenne più affannoso. Proprio in quel momento, Anna mi aiutò a penetrarla – e all’improvviso fui dentro di lei.
Non gridai. Ma fui lì lì per farlo. Fui lì lì per pronunciare parole senza senso, per esprimere la mia gratitudine, la mia felicità, o anche per lamentarmi, poiché era una felicità che mi faceva soffrire.
Soffrivo di non poter raggiungere l’impossibile.
Avrei voluto esprimere tutta la mia tenerezza per quella donna che il giorno prima non conoscevo, ma che era un essere umano, che diventava ai miei occhi l’essere umano.
Senza rendermene conto, le facevo male, le mie mani si accanivano nel tentativo di afferrarla tutta intera.
«Anna...».
«Zitto! ».
«Ti amo».
«Zitto! ».
Per la prima volta dicevo «ti amo» in quel modo, dal profondo di me stesso. Ma era poi lei che amavo, o la vita? Non so spiegarmi: io ero nella sua vita; avrei voluto rimanerci per ore, non pensare più a nient’altro, diventare come un albero al sole. Le nostre bocche si incontrarono, umide. Non pensai a chiederle, come al tempo delle mie esperienze giovanili:
«Posso?».
Potevo, dato che lei non se ne preoccupava, dato che non mi respingeva, anzi, mi tratteneva dentro di sé. Le nostre labbra alla fine si staccarono, le nostre membra si distesero.
«Non muoverti» mormorò in un soffio. E, mentre rimanevamo invisibili l’uno all’altro, prese ad accarezzarmi la fronte, dolcemente, seguendo con la mano, come uno scultore, le linee del mio volto.
Sempre sottovoce, mi chiese: «Sei stato bene?».
Mi ero forse sbagliato nel pensare che avevo un appuntamento con il destino?

Il treno, Georges Simenon

postato da: harveyz alle ore 11:18 | link | commenti
categorie: storie
mercoledì, 16 gennaio 2008

Le mie guance bruciano
le mie labbra fremono ancora
per aver consegnato a lui, nel parlargli,
il mio cuore; ogni mio discorso era
pieno di errori e di impedimenti,
era petulanza, suono precipitoso.
Questo era il mio parlare, come
ancora si può vedere sulla guancia
rossa che ora mi porto a casa.

Abbasso il mio sguardo sulla neve
e passo davanti ad alcune case,
alcune siepi, alcuni alberi,
la neve orna siepi, alberi e case.
Passo davanti, lo sguardo abbassato
sulla neve, sulla mia guancia che non c'è
nulla se non il rosso carico di ricordi
che mi rammenta la mia lingua confusa.

Robert Walser 

postato da: harveyz alle ore 17:36 | link | commenti (2)
categorie: guance
domenica, 13 gennaio 2008

e questa immagine vorremmo che si pietrificasse
in quell'attimo in cui qualcosa è perfetto,
le mani in mezzo al cibo, le dita mentre prendono la loro parte di cibo, è l'attimo più consapevole, il più naturale, il primo e unico pasto che ha avuto luogo,
ha luogo,
è il primo e unico pasto in tutta una vita
che non sia mai stato disturbato da barbarie,
mai da indifferenza,
mai da ingordigia,
mai da leggerezza,
da calcolo, mai,
proprio mai.

Ingeborg Bachmann

postato da: harveyz alle ore 18:20 | link | commenti
categorie: acqua
domenica, 06 gennaio 2008

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La mia casa ha sei porte,
tutte di legno buono.
La prima contrattò troppo a lungo
con l'architetto il posto
che le competeva, e venne chiusa.
La seconda è allergica alla luce
e di giorno non si lascia aprire.
La terza è aperta solo in sogno
e fa vedere un vecchio angelo barbuto
che compie il suo dovere.
La quarta conduce nel mondo tutto rose e fiori
e non viene più usata.
La quinta è alla ricerca della sua forma
secondo il vecchio criterio del possibile.
La sesta è invisibile.
Da anni sfioro le pareti con le mani
per trovarla, prima o poi.
So perfettamente che esiste.
Ovviamente sarebbe possibile
imporre un'ulteriore porta alla casa,
come mi consigliano tutti gli amici.
Ma piuttosto butto giù la casa
per essere accolto dalle sue macerie.

Michael Kruger, Domande ultime

postato da: harveyz alle ore 20:56 | link | commenti
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